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Bhp Group sale dopo i conti 2021 e annuncio maxicedola

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – Balzo di Bhp Group alla Borsa di Londra dopo i risultati dell’anno fiscale 2021 e l’annuncio che le attività Oil & Gas saranno oggetto di una fusione con l’australiana Woodside Petroleum. I titoli salgono di oltre il 7%, con un massimo toccato a 2.504,5 pence, muovendosi in controtendenza con il listino inglese. A dare forte slancio alle quotazioni del gruppo è la notizia che sarà distribuito un dividendo di 2 dollari per azione, contro i 55 centesimi dello scorso anno.

Bhp Group ha chiuso l’esercizio 2020-2021 con un aumento dell’utile netto del 42% a 11,30 miliardi di dollari, registrando il suo miglior profitto annuale in quasi un decennio. I ricavi sono saliti del 42% a 60,817 miliardi. Inoltre, il gruppo ha annunciato che venderà le sue attività petrolifere a Woodside Petroleum, in un’operazione in azioni con prevista fusione. Bhp Group è stata sottoposta a crescenti pressioni per ridurre la sua esposizione ai combustibili fossili e ha già venduto alcune attività nel settore del carbone. A seguito dell’emissione di azioni associata all’operazione, Woodside sarà posseduta al 52% dagli azionisti esistenti e al 48% dagli azionisti di Bhp. Le aziende prevedono risparmi annuali di oltre 400 milioni di dollari. Il gruppo, oltre all’accordo con Woodside Petroleum, ha annunciato anche che porrà fine alla sua doppia quotazione a Londra e ai detentori delle sue azioni alla Borsa inglese verranno assegnate azioni della Australian Ltd su base uno per uno.

Gli analisti di Ubs hanno confermato il giudizio “Neutral” sul titolo con target di prezzo a 2.000 pence, inferiore alle quotazioni attuali. Per gli esperti della banca svizzera, l’alto dividendo è un fattore di appeal nel breve termine ma più a lunga scadenza il prezzo dei minerali ferrosi è visto come un fattore di vulnerabilità. L’operazione di uscita dal settore Oil è vista positivamente in ottica Esg, anche se restano dubbi sui possibili altri canali di sviluppo e sull’operazione di uscita dalla Borsa di Londra.

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Settore viaggi sotto pressione in Europa, preoccupa la variante Delta

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – La diffusione della variante Delta del Covid-19 mette sotto pressione il settore viaggi in Europa. Il sottoindice Eurostoxx 600 è il più penalizzato dagli scambi nel Vecchio Continente. Risentono della situazione la maggior parte dei titoli del comparto, dalle compagnie aeree, alle catene alberghiere. A Parigi, sul Cac40 in calo Accor, quando – fuori dal paniere principale – è debole anche AirFrance-Klm. In calo anche Adp (Aeroporti di Parigi), che perde un punto percentuale.

La società che gestisce gli scali della capitale francese ieri ha pubblicato i dati sul traffico passeggeri per il mese di luglio 2021, quando è stato toccato il livello più alto dall’inizio della pandemia, anche se il numero dei viaggiatori è ancora pari alla metà di luglio 2019. Alla Borsa di Madrid, Melia Hotels perde quasi due punti come Iag (casamadre di Iberia e British Airways). Iag è in calo anche alla Borsa di Londra. Sempre a Londra, Easyjet è in flessione di meno di un punto ma il calo pesante è quello di Tui, in forte perdita pure a Francoforte. Segno meno per la tedesca Lufthansa, che estende la debolezza già registrata alla vigilia, quando è stato annunciato che lo stato tedesco ha iniziato la vendita di una parte della sua quota nel capitale della compagnia aerea.

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Authority europea dei mercati, è ancora Italia-Germania per la presidenza

Per nominare il nuovo presidente dell’Eiopa, l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali, è bastato un mese. Il nome di Petra Hielkema ha messo d’accordo tutti e così l’attuale direttore della vigilanza assicurativa della Banca centrale olandese si insedierà al vertice dell’Authority settoriale europea il prossimo primo settembre. Non così liscia sta andando la nomina del nuovo presidente dell’Esma, l’Authority dei mercati europea, per la quale sono rimasti di…

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Giovanna Dossena: «La sostenibilità solo con rendimenti collegati a progetti industriali reali»

«Il rendimento non può venire solo dalla finanza, i fondi devono favorire progetti che generino valore nel lungo termine. Occorre che il rendimento finanziario sia collegato a un progetto reale». Giovanna Dossena, professoressa ordinaria all’Università di Bergamo e ceo e presidente di Avm Gestioni, crede ormai tramontata una finanza basata solo sui rendimenti per i venture capital e soprattutto per i private equity. È il momento di costruire per il futuro: «Noi fondi non siamo soggetti al confronto quotidiano con il mercato come le imprese quotate. Abbiamo un altro orizzonte temporale e non dobbiamo perdere l’occasione di allocazioni a lungo termine. Non dobbiamo dimenticare che siamo un capitale privato destinato a generare valore nel medio e lungo termine. Se ci sono sottoscrittori che non aderiscono a questa missione bisogna avere il coraggio di non accettarli. Gli investitori devono capire che questa categoria di investimento deve essere un’allocazione efficace ma sostenibile».

Dossena ha fondato Avm Gestioni nel 1995 e ha partecipato a oltre 50 transazioni per un valore totale di oltre 400 milioni di euro. Membro del cda di Brembo dal 1992 al 2014, è tuttora esponente del comitato scientifico del Parco tecnologico KilometroRosso e direttrice dell’Entrepreneurial-Lab E-Lab – centro di ricerca focalizzato sull’analisi del comportamento imprenditoriale. Conosce gli imprenditori e ha imparato con il tempo a capire la loro visione. «Un imprenditore vero, che non necessariamente ha generato l’impresa, di natura ha una prospettiva dedicata al domani. Vuole la sua impresa più grande e di successo» sottolinea la ceo di Avm, proseguendo: «Nel momento in cui faccio un buyout ho generato un risultato finanziario, ma nel momento in cui faccio un’aggregazione ho generato un beneficio per tutto il sistema. La prima operazione si fa tecnicamente, mentre la seconda costa più lavoro e richiede tempo per poterne vedere i risultati. Ho sempre avuto a che fare con gli imprenditori: se gli racconto il buyout si annoiano se gli racconto dell’acquisizione si accendono. Si può affiancare tutta l’enorme finanza che abbiamo a disposizione ad un progetto reale. Non possiamo essere autoreferenziali».

Ma da dove riparte il private equity dopo la pandemia? «Il 2021 per noi, come tutti gli anni di ripresa e di rimbalzo, è un anno in cui si muovono molte cose. Ci sono tante imprese in vendita, ma i multipli che non scendono soprattutto in settori del futuro. E portare le risorse dove si renderanno necessarie in prospettiva è un altro fattore della sostenibilità. Il problema è che la finanza di tutto il mondo sta guardando in questa direzione, quindi alcuni settori hanno multipli in rialzo: cura della persona dal cosmetico al biomedicale, alimentare, tecnologie abilitanti».

Avm Gestioni ha attualmente tre fondi in raccolta: il fondo Impact lanciato a marzo 2020 ha raccolto 50 milioni da investire in società che abbiano finalità sociali definite ex ante, costantemente monitorate e che portino un beneficio effettivo alla collettività; il fondo Talent II – Life Essentials Made in Italy lanciato nel giugno 2019 ha raccolto 100 milioni e investe con un focus sul food & beverage, health & beauty, applied technology; il fondo Cydero lanciato ad ottobre 2020 ha come obiettivo 100 milioni da investire in società operanti nei settori robotica, artificial intelligence e cyber security.

Per la ceo e presidente di Avm c’è da imparare dal passato, per costruire un futuro più sostenibile. «Abbiamo declinato il nostro pensiero di sostenibilità – conclude Dossena – nel supporto alle strategie competitive, industriali e politiche che il Paese vorrà intraprendere. Il sostenibile è autopropulsivo, favorisce lo sviluppo nel tempo, ma per questo ci vuole smart capital, non capitale impaziente, che alla lunga non è sostenibile. È l’impazienza dei capitali che ha creato una finanza insostenibile».

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Pechino limità la libertà di azione delle big tech, i titoli cadono in Borsa

Le vendite nei titoli tecnologici cinesi sono andate avanti per la quinta seduta consecutiva, in seguito alle ultime mosse della State Administration for Market Regulation, l’autorità di Pechino che da mesi ha messo nel mirino le grandi società operanti sul web, dal settore dell’e-commerce al fintech fino ai giochi e al ride-hailing (si pensi alla stretta sul gigante del settore Didi Global subito dopo la quotazione a New York). L’Hang Seng Tech Index è sceso fino al 3,7% chiudendo poi a -2,57% (contro un calo dell’1,85% dell’indice principale di Hong Kong), dopo che il regolatore del mercato cinese ha reso pubblica una nuova versione, anche se non definitiva, di un pacchetto di regole che vietano la concorrenza sleale.

Baidu e NetEase hanno perso oltre il 5% mentre Alibaba Group e Tencent Holdings sono scese di almeno il 4%. Ciò ha seguito il selloff di lunedì nelle società cinesi di giochi online sulla scia delle critiche dei media statali al settore, che si sono riflesse sul mercato americano quando la Securities and Exchange Commission ha messo in guardia sui rischi dell’investimento in azioni cinesi.

Le proposte ad ampio raggio rilasciate martedì arrivano dopo che il ministero dell’Industria tecnologica del Dragone ha lanciato una campagna il mese scorso volta a sradicare una serie di comportamenti ritenuti dannosi per i clienti. La bozza, soprattutto, impone il divieto di utilizzare algoritmi o recensioni false per promuovere beni e servizi. Oltre a comportamenti espressamente vietati come accordi di esclusività forzata, alle aziende non sarà inoltre consentito utilizzare escamotage per interferire con le operazioni delle piattaforme rivali o rendere intenzionalmente tali servizi incompatibili con i propri. Quest’ultima regola potrebbe costringere giganti come Tencent e Alibaba a smantellare i loro ecosistemi recintati che avevano impedito agli utenti di accedere ai servizi di una società dalle piattaforme dell’altra.

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La rivincita del lusso: il semestre dei colossi vale (molto) più del 2019

Non ci sono medie di Trilussa nell’alta gamma. In altri segmenti del sistema moda situazioni estreme convivono e convergono in un unico dato, perché ci sono aziende che vanno male, alcune che resistono e altre che vanno bene. Un po’ come il Pil del nostro Paese, che riunisce in un singolo indicatore settori e filiere in forte ripresa con situazioni stagnanti o persino di crisi. Per il lusso il dato sui ricavi e la redditività del primo semestre 2021, più che una media dei risultati di aziende e gruppi…

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Tesla: Usa aprono indagine su sistema pilota automatico. Coinvolte 765mila vetture

La National Highway Traffic Safety Administration (Nhtsa), l’agenzia governativa statunitense che si occupa di sicurezza stradale, ha aperto un’indagine formale su Tesla Autopilot, il sistema di guida parzialmente automatizzato di livello 2 della società di auto elettriche di Elon Musk.

L’agenzia, in un comunicato pubblicato sul suo sito, ritiene che l’Autopilot abbia difficoltà a riconoscere i veicoli in sosta d’emergenza. Dal 2018, la Nhtsa ha identificato 11 incidenti in cui delle vetture Tesla con l’Autopilot o il Traffic Aware Cruise Control (Tacc, il sistema di controllo automatico della velocità che fa parte del pacchetto Autopilot) inserito hanno colpito veicoli fermi, che segnalavano la loro presenza con le luci accese o il triangolo di emergenza. L’indagine riguarda le Model Y, X, S e 3 prodotte dal 2014 al 2021. Si tratta di 765 mila vetture, quasi tutti vendute negli Usa. Dopo la notizia, il titolo di Tesla quasi il 5%; nell’ultimo mese ha guadagnato il 6%, dall’inizio dell’anno è in ribasso dell’1,6%.

Il governo americano ha aperto una indagine formale sul sistema di pilota parzialmente automatico della Tesla (autopilot) dopo una serie di incidenti (11) con veicoli di emergenza, che hanno causato un morto e 17 feriti. A fine giugno in Cina Tesla era stata costretta a un aggiornamento software su 285mila veicoli, quasi l’intera produzione di un anno. Improvvise accelerazioni, dovute a mancanza di un avviso acustico per l’inserimento o disinserimento del Tacc, avevano fatto perdere il controllo del mezzo ad alcuni conducenti.

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Blitz di Faurecia sulla tedesca Hella, le azioni corrono. Nasce un gruppo da 23 miliardi ricavi

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)Faurecia sale alla Borsa di Parigi dopo l’annuncio dell’accordo per acquistare il gruppo tedesco Hella, specializzato nella componentistica elettrica ed elettronica per l’automotive, per far nascere un polo della componentistica con ricavi 2021 proforma stimati in 23 miliardi di euro con un margine ebitda superiore al 7%.

L’azionariato di Faurecia, a valle della distribuzione di azioni agli azionisti Stellantis (a seguito dalla fusione tra Peugeot e Fiat Chrysler), vede Exor come primo socio con il 5,5% seguito dalla la famiglia Peugeot al 3,2% e dal governo francese, attraverso Bpi con il 2,4%. A Francoforte le azioni Hella sono in ribasso ma comunque al di sopra del prezzo dell’opa a cui vanno aggiunti gli 0,96 euro del dividendo

Acquisto del 60% poi un’opa sul mercato

La struttura dell’operazione prevede che Faurecia acquisti il 60% di Hella dalla famiglia Hueck che controlla il gruppo tedesco per 3,4 miliardi di euro e un corrispettivo in azioni (pari a 13,57 milioni di nuovi titoli). In questo modo gli attuali soci di controllo di Hella deterranno complessivamente il 9% della nuova entità. Successivamente Faurecia lancerà un’opa sul mercato a 60 euro per azione per rilevare il restante 40%. Il deal valorizza Hella 6,7 miliardi di euro. In base a quanto annunciato, Faurecia finanzierà l’operazione attraverso linee di credito e cassa disponibile per 5,5 miliardi di euro a cui si affiancherà un aumento di capitale da 800 milioni. All’aumento aderirà la famiglia Hueck e si sono impegnati a sottoscrivere pro quota le azioni anche Peugeot 1810 e Bpi. Il comunicato non chiama in causa Exor che, come ipotizza Equita Sim, potrebbe quindi diluirsi intorno al 4,5% in linea con il fatto che la partecipazione potrebbe essere ritenuta “non core” dalla holding.

Sinergie di costo superiore ai 200 milioni

Le sinergie stimate a livello di costi e di ottimizzazione sono superiori 200 milioni di ebitda mentre l’impatto sui ricavi dovrebbe essere tra i 300 e i 400 milioni entro il 2025 con una ottimizzazione dei flussi di cassa di circa 200 milioni annui in media tra il 2022 e il 2025.Secondo Ubs sotto il profilo industriale l’aggregazione consente soprattutto a Faurecia di ridurre, a meno del 10%, la propria esposizione in termini di vendite ai prodotti legati ai veicoli a motore e, grazie alla limitata sovrapposizione con Hella, ad introdurre diverse linee di business nuove.

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Borsa: vendite su titoli oil, rallentamento Cina pesa sul greggio

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – La prospettiva di un calo della domanda globale di energia, provocata in primo luogo dal rallentamento dell’economia cinese, penalizza i corsi del greggio e di conseguenza l’andamento dei titoli energetici sui listini azionari europei.

A livello continentale il sottoindice Stoxx del comparto perde 1,4% circa, mentre a Piazza Affari le vendite colpiscono in primo luogo Eni, Saipem e Tenaris. Nel resto d’Europa, a Parigi scivolano TechnipFmc e Tota, a Londra perdono terreno Bp e Shell, mentre a Madrid Repsol è maglia nera del paniere principale con una flessione dell’1,7%%. Oltre ai dati su produzione industriale e vendite al dettaglio inferiori alla previsioni, dalla Cina è emerso anche che la lavorazione di petrolio è scesa al livello minimo dal maggio 2020. In base ai dati resi noti dall’ufficio nazionale di statistica, i volumi di lavorazione sono calati dello 0,9% a luglio rispetto allo stesso mese del 2020 a 13,9 milioni di barili al giorno. Si tratta del primo calo dalla primavera 2020. Da inizio anno la produzione cinese di greggio è comunque in aumento dell’8,9% grazie alla ripresa delle attività post pandemia. Segnali di un rallentamento della domanda da parte della Cina erano arrivati nei giorni scorsi anche dai dati sull’importazione di petrolio.

L’industria petrolifera, oltre che alla crescita cinese e alla domanda di Pechino, guarda anche alla possibilità che un gigante del settore minerario come Bhp Billiton decida di uscire dal settore petrolifero vendendo le sue attività a Wooside Petroleum anche se sono diverse le opzioni sul tavolo per il riassetto e ancora non è stato raggiunto un accordo. Per gli analisti gli asset di Bhp valgono 15 miliardi di dollari.

Intanto le quotazioni del petrolio scendono in misura significativa. Il Brent per consegna ottobre è scambiato a 69,5 dollari al barile, il Wti settembre è sopra i 67 dollari al barile. Da inizio anno il Brent ha guadagnato il 36% circa, il Wti il 40%.

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