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Utili in calo del 40%. Softbank sospende gli investimenti in Cina

La stretta cinese sulle big tech per il controllo sui dati si fa sentire sui conti di Softbank. Tra aprile e giugno il risultato netto della holding finanziaria multinazionale con sede a Tokyo, fondata nel 1981 dall’imprenditore e investitore miliardario di origine coreana Masayoshi Son, si è ridotto del 39,4% a 761 miliardi di yen, l’equivalente di 5,87 miliardi di euro, mentre il fatturato è cresciuto del 15,6% a 1.480 miliardi di yen. Non sono state fornite previsioni sui risultati per l’intero anno fiscale, come di prammatica.

In compenso i profitti messi a segno con l’ausilio del Vision Fund, gestito in comproprietà con il governo dell’Arabia Saudita, sono quasi raddoppiati a 235,5 miliardi di yen (1,8 miliardi di euro), grazie alle partecipazioni nella cinese Didi Global e nella piattaforma Usa di ordinazione e consegna di cibo DoorDash. La valutazione di Didi, prima che il governo cinese intervenisse pesantemente sulla quotazione a New York della società di mobilità condivisa, appena dopo il debutto del 1 luglio, era schizzata al rialzo (poi però la caduta è stata del 33%)

Altra spina nel fianco la performance del gruppo dell’e-commerce sudcoreano, Coupang, dopo lo sbarco in Borsa di marzo. Proprio Coupang era stato il fattore trainante degli utili record nell’ultimo anno fiscale per SoftBank. La conglomerata nipponica in gennaio ha poi venduto una partecipazione in Uber Technologies per un valore di circa 2 miliardi di dollari, ma rimane l’azionista di riferimento del servizio di trasporto automobilistico privato con base in California.

Tornando ai guai causati dal governo di Pechino ai suoi campioni del fintech e del commercio su internet, che rappresentano al momento il motivo di maggiore preoccupazione, SoftBank Group ha fatto sapere che sospenderà i suoi investimenti in Cina in attesa che si chiariscano le azioni normative contro le aziende tecnologiche del paese, ha dichiarato Masayoshi Son. «Fino a quando la situazione non sarà più chiara, vogliamo aspettare e vedere», ha detto il numero uno della società. «Tra un anno o due credo che nuove regole creeranno una nuova situazione». Gli investimenti di SoftBank in Cina rappresentano circa un quarto del portafoglio dei suoi fondi e comprendono una quota del 24,9% in Alibaba (-14% il titolo a Wall Street da inizio d’anno), pari a 133 miliardi di dollari, 30 miliardi più della capitalizzazione di SoftBank. Tuttavia, «la nostra visione generale è invariata: la Cina resta ancora una grande opportunità economica in crescita», ha affermato Navneet Govil, direttore finanziario del Vision Fund.

La debolezza del prezzo delle azioni della holding giapponese (l’andamento è negativo da inizio d’anno di quasi il 15%) e le speculazioni di mercato hanno alimentato l’aspettativa di un buyback imminente. «Finora abbiamo venduto asset e annunciato un buyback. Questa volta non succederà nulla del genere del genere», ha comentato Son. E vista la distanza tra il prezzo delle azioni del gruppo e il valore delle sue attività, ha aggiunto: «Immagino che prima o poi il buyback lo faremo. I tempi e le dimensioni sono elementi che consideriamo quotidianamente».

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La ripresa appesa ai voli verso gli Stati Uniti: settembre sarà cruciale

Dopo 18 mesi di buio totale sulle prospettive per i voli a lungo raggio, le compagnie aeree stanno finalmente tornando ad essere positive su questi mercati, che rappresentano la parte più redditizia del settore. La parziale riapertura delle rotte verso gli Stati Uniti e degli hub in Medio Oriente stanno ridando fiducia dopo la devastante crisi causata dalla pandemia.

I primi segnali sono venuti dalla Gran Bretagna che ha aperto la possibilità di viaggiare verso l’Inghilterra e la Scozia senza essere sottoposti a quarantena per chi proviene dagli Stati Uniti e dall’Europa. Lo stesso ha deciso l’Unione Europea dando la possibilità agli americani di trascorrere le vacanze in Europa se vaccinati. Si attende una decisione in questo senso anche da parte dell’amministrazione Biden la quale però sta prendendo tempo a causa dell’aumento dei contagi per via della variante Delta, confermando le restrizioni già esistenti con il Regno Unito e l’Unione europea senza dare tempistiche per la riapertura dei voli.

Secondo un report di Bank of America, le vendite di biglietti aerei a luglio sono rimaste del 68% inferiori rispetto allo stesso periodo del 2019. Ancora più accentuata la riduzione per i voli a lungo raggio pari al 76% al di sotto dei livelli pre-Covid, mentre per i voli intra Europa le vendite sono state del 43% al di sotto i livelli pre-pandemia.

In aumento i movimenti aerei, secondo i dati di Eurocontrol, l’agenzia di controllo aeronautica europea: a fine luglio la media dei voli settimanali si è attestata al 32% al di sotto dei livelli pre-Covid, con una forte accelerazione da parte delle compagnie low cost al di sopra della media europea come nel caso di Wizz Air a -8%, Ryanair -18% , Vueling -29% mentre easyJet è a -43% e Eurowing -60 per cento. Tra le legacy carriers al di sopra della media europea di fine luglio si trovano Turkish Airlines -10%, KLM -23%, Air France -26%, Iberia -29%, mentre per le altre i movimenti sono al di sotto della media europea come Lufthansa -47%, British Airways -68%, Air Lingus -72 per cento. Analizzando i movimenti per paese, sempre secondo i dati di Eurocontrol pubblicati da Bank of America, Francia e Spagna sono i paesi che più si avvicinano ai movimenti aerei pre-pandemia a -29%, seguiti da Italia -32%, Germania -49%, di gran lunga distanziato il Regno Unito con -65% a causa delle restrizioni ancora in atto.

Chi non si iscrive alla schiera degli ottimisti sono gli analisti di UBS che in un recente report (titolo che parla da solo: «One step at a time») invitando alla moderazione, ritengono che «il settore rimarrà ancora depresso nel periodo estivo, ma con l’allentamento delle restrizioni i passeggeri si abitueranno alla nuova normalità». Secondo gli analisti della banca svizzera, il punto dolente restano le limitazioni dei voli sul lungo raggio: le previsioni sulla capacità offerta nel long haul se confrontate con i dati del 2019 si attestano a -47% nel terzo trimestre e a -76% nel quarto trimestre. Per il 2021, se i dati sono confrontati con il 2020, l’anno peggiore di sempre, la capacità offerta è prevista superiore del 22%, ma è negativa del 47% sul 2019.

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Renault riprova con la Cina: al via una jv con la big Geely (Volvo)

Geely, primo costruttore automobilistico privato in Cina, azionista di Daimler con una quota del 9,7% e controllore di Volvo (ma soltanto fino al 2023, dopo il recente accordo con cui la casa di Göteborg si riapproprierà di impianti e reti di vendita, dopo oltre 12 anni dall’acquisizione) si allea con Renault attraverso una joint venture. O meglio, è Renault che si allea con Geely, perché in questo modo, attraverso le tecnologie, catene di fornitori e fabbriche di Geely potrà vendere auto ibride nel paese del Dragone (ma già si lavora a versioni completamente elettriche). I francesi si occuperanno di marketing e vendite. Il tutto è contenuto nell’accordo quadro siglato dalle due aziende e anticipato da Reuters. Questo a un anno di distanza dal taglio dei ponti con il precedente partner Dongfeng, una collaborazione che ha prodotto risultati deludenti. Altra data interessante: 28 anni fa era fallito il matrimonio tra Renault e Volvo, a tutt’oggi controllata di Geely (dal 2010).

La jv si concentrerà inizialmente su Cina e Corea del Sud, dove la casa della Losanga opera da un ventennio, ma probabilmente verrà ampliata per coprire i mercati asiatici in rapida crescita. Quello cinese è già il più grande del mondo con circa 25 milioni di veicoli venduti all’anno e la prospettiva di arrivare a 28-30 entro fine decennio.

La nuova jv dovrebbe seguire il modello di quella realizzata da Geely nel 2019 con Daimler, che prevede di produrre in Cina e vendere dal 2022 Smart elettriche basate sulla tecnologia Geely ma utilizzando la rete di vendita globale di Daimler. La jv Geely-Renault, tuttavia, sarebbe completamente separata da Geely-Daimler.

Per la casa cinese la nuova joint venture rafforza la strategia di utilizzare partnership con altre case automobilistiche per condividere tecnologie, catene di approvvigionamento e produzione, riducendo i costi di sviluppo di veicoli elettrici e altre tecnologie di mobilità futura. Per Renault, la partnership dovrà contribuire a ricostruire la sua presenza in Cina dopo una fase di scarso successo iniziata nel 2013 e chiusa l’anno scorso con Dongfeng.

Geely lo scorso gennaio aveva annunciato un’alleanza nell’elettrico con la Foxconn il più grande assemblatore mondiale di dispositivi elettronici. La casa guidata dal magnate Li Shufu ha anche una partnership con Baidu per lo sviluppo dell’auto a guida autonoma, un mega progetto da 7,7 miliardi di dollari.

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Amazon, multa record da 746 milioni di euro. E Bezos perde 13 miliardi

Tutto era iniziato nel 2018, con una un’indagine avviata dopo una denuncia presentata dal gruppo francese per i diritti alla privacy “La Quadrature du Net”. Ora, tre anni dopo, per Amazon è arrivata una multa salatissima: 746 milioni di euro per aver violato le regole vigenti nell’Unione Europea in materia di protezione dei dati personali.

Quella che di fatto è la più grande multa della storia dell’Ue per vicende legate alla privacy, è stata comminata dall’autorità lussemburghese per la protezione dei dati, la Cndp, che ha ritenuto colpevole il gigante dell’eCommerce di aver violato la Gdpr. E la notizia è stata diffusa dalla stessa Amazon, che in una breve nota si è detta «fortemente in disaccordo con la sentenza dell’Autorità lussemburghese» annunciando ricorso.

«La decisione relativa al modo in cui mostriamo ai clienti pubblicità rilevante – hanno aggiunto da Amazon – si basa su interpretazioni soggettive e inedite della normativa europea sulla privacy e la sanzione proposta è del tutto sproporzionata anche rispetto a tale interpretazione. Mantenere la sicurezza delle informazioni relative ai nostri clienti e la loro fiducia sono priorità assolute per noi».

Cifra record

A far discutere è sicuramente la cifra record. Perché una multa da 746 milioni di euro, per violazione dei dati personali, non era mai stata comminata. Basti pensare che prima di ieri, il record europeo per una sanzione di questo tipo riguardava Google, con la multa da 50 milioni comminata dalla Cnil francese nel gennaio del 2019. Il vero punto è che oggi, i poteri in mano alle autorità Ue, sono aumentati in modo significativo. E questo grazie alle regole contenute nella Gdpr, entrate in vigore nel maggio 2018. Regole che consentono alle autorità di vigilanza di imporre multe fino al 4% delle vendite globali annuali di un’azienda. Da qui la cifra record chiesta ad Amazon, che adesso spera nel ricorso.

La società di Bezos, poche ore prima aveva diffuso i dati sul secondo trimestre dell’anno, e nonostante gli utili in crescita del 5%, aveva deluso gli analisti per la previsione di un rallentamento dei ricavi nel terso trimestre. La notizia della sanzione e i dati della trimestrale hanno fatto precipitare il titolo, che alle 19 di ieri perdeva il 6,83%. Un tonfo che, secondo Bloomberg, sarebbe costato carissimo a Jeff Bezos, che ha visto il suo patrimonio ridursi di oltre 13 miliardi di dollari.

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Amazon chiude la stagione d’oro di Big Tech: 5 gruppi, 75 miliardi di utili

Un “bottino” da oltre 75 miliardi di dollari. E l’ammontare dei profitti accumulati assieme dai cinque grandi protagonisti americani dell’hi-tech – Amazon, Apple, Facebook, Alphabet e Microsoft – nell’ultimo trimestre. A conferma del primato conquistato nell’economia e nella società e rafforzato dalla domanda di servizi e contenuto tecnologico e digitale esplosa nell’era della pandemia. Amazon ha coronato la stagione dei bilanci riportando utili in rialzo del 50% per 7,8 miliardi, che si sono aggiunti…

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Oro snobbato come rifugio dalla variante Delta: prezzo in discesa a 1.800 dollari

L’oro non sembra più un rifugio allettante per gli investitori spaventati dal Covid. Mentre la variante Delta ha innescato una fuga dal rischio sui mercati, il metallo prezioso ha perso quota, tornando a testare la soglia dei 1.800 dollari l’oncia, in ribasso di circa l’1% nella settimana (il minimo toccato mercoledì 21 a Londra è 1.793 dollari). Una reazione diversa da quella che ci si potrebbe aspettare dal lingotto in periodi di incertezza.

La paura per la pandemia l’anno scorso aveva dato un contributo…

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Petrolio, Opec+ verso l’intesa con gli Emirati: più vicino l’aumento di produzione

ServizioMaterie prime

I sauditi avrebbero raggiunto un compromesso con Abu Dhabi, che potrà estrarre di più. Ora si attende la convocazione di un nuovo vertice Opec+ per decidere gli aumenti di produzione da agosto in avanti. Ma la strada non è ancora sgombra da imprevisti

di Sissi Bellomo

14 luglio 2021Aggiornato il 14 luglio alle ore 18,30

All’Opec Plus si prepara la tregua. La controversia con gli Emirati arabi uniti, che aveva fatto fallire l’ultimo vertice della coalizione, sembra vicina a risolversi grazie a un compromesso con i sauditi che potrebbe spianare la strada anche all’aumento della produzione del petrolio che il gruppo intendeva approvare per i mesi da agosto in avanti.

Il condizionale è d’obbligo, non solo perché sull’intesa non c’è ancora nulla di ufficiale, ma anche perché qualunque decisione in merito alle quote produttive…

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Perché (per ora) Wall Street non ha paura del balzo dell’inflazione al 5,4%

I mercati sono stati colti alla sprovvista dal dato sull’inflazione (ben oltre le attese) negli Stati Uniti a giugno (comunicata il 13 luglio). Ma la reazione a caldo è stata tiepida per Sp500 e Dow Jones (poco mossi) mentre il tecnologico Nasdaq è andato addirittura ad esplorare per la prima volta nella storia il territorio oltre i 15.000 punti.
La liquidità in circolazione è talmente abbondante che anche notizie sulla carta preoccupanti per il mercato azionario (un aumento dell’inflazione di solito…

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