Fintech & startup

Messi, parte dello stipendio in criptovaluta. E il token del Psg raddoppia il valore

Che Lionel Messi sia passato al Paris Saint-Germain lo sanno anche i sassi. Nel mondo dello sport, finite le Olimpiadi, non si parla praticamente d’altro. Che lo stipendio del campione sarà in parte corrisposto attraverso criptovalute, però, è meno noto. Sembrerebbe una notizia da «strano ma vero», ma è proprio così: secondo quanto comunicato dal club, Messi incasserà anche un criptostipendio.

Il campione ha infatti firmato un contratto con la squadra parigina di due anni, con l’opzione per un terzo, che gli assicurerà un salario annuo pari a oltre 30 milioni di euro più i bonus. Il Psg ha però precisato ieri che il «pacchetto di benvenuto» di Messi prevede anche una parte di salario pagato con la criptovaluta “$PSG Fan Tokens”. La notizia ha fatto scattare un rally della criptovaluta: il suo valore è più che raddoppiato dalla firma di Messi. Il $PSG token, creato gennaio 2020, era stato pensato per costruire una nuova comunità di tifosi. Ora nella comunità entra anche Messi.

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Auto elettriche, collocamento da 9 miliardi per Catl, numero uno nelle batterie

Il consiglio di amministrazione di Contemporary Amperex Technology Co. Ltd. (CATL) ha approvato un piano per vendere fino a 58,2 miliardi di yuan (8,9 miliardi di dollari) in nuove azioni per espandere la capacità produttiva del gigante della produzione di batterie in un contesto di crescente concorrenza.

CATL, sede a Ningde nel Fujian, è il più grande produttore mondiale di batterie per veicoli elettrici (fornitore dei principali produttori di auto elettriche, tra cui ovviamente Tesla, ma anche le case tedesche Vw e Bmw, Daimler nei camion). Dal 2015 ha più che decuplicato i ricavi, arrivando a 7,7 miliardi di dollari nel 2020. CATL ha dichiarato che non emetterà più di 232.900.780 nuove azioni, ovvero il 10% del capitale totale precedente all’emissione delle stesse. Venderà le azioni quotate in Cina a un massimo di 35 investitori, secondo i documenti depositati giovedì. La maggior parte del ricavato dell’offerta verrà investito in cinque impianti di produzione di batterie agli ioni di litio, mentre il resto sarà destinato alla ricerca, allo sviluppo e all’integrazione del suo capitale d’esercizio. L’emissione di azioni è ancora soggetta alle approvazioni normative.

Le azioni di CATL sono aumentate fino al 3,7% venerdì e del 24% da inizio d’anno. Secondo i dati di SNE Research riferiti ai primi cinque mesi dell’anno CATL controlla il 31,2% del mercato mondiale delle batterie per veicoli elettrici, davanti a LG Energy Solution (23,1%), che solo sommando le altre due coreane Samsung e SK (5,3% e 5,1%) supera di poco la concorrente cinese. Seguono la giapponese Panasonic (14,7%) e il gigante cinese dell’automotive e delle batterie BYD (6,9%). Il fondatore di CATL Robin Zeng Yuqun il mese scorso ha superato Jack Ma nella classifica della ricchezza, un momento simbolico nell’ascesa dei miliardari cinesi in campo ambientale. Oggi il patrimonio di Robin Zeng Yuqun è di 44,5 miliardi di dollari secondo Forbes.

Poche settimane fa CATL ha presentato le sue nuove batterie al sodio, che potrebbero garantire costi inferiori rispetto a quelle a base di litio, i cui prezzi, dato il boom della domanda, potrebbero triplicare entro il 2030, secondo Rystad Energy. Gli ioni di sodio, però, non garantirebbero una pari durata e densità energetica (circa la metà rispetto al litio) della batteria. CATL tuttavia vorrebbe lanciare sul mercato le nuove batterie entro il 2023.

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Adidas vende Reebok per 2,1 miliardi di euro all’americana Authentic Brands Group

Il marchio Reebok cambierà proprietario. Adidas, società tedesca di abbigliamento sportivo, ne ha infatti annunciato la cessione ad Authentic Brands Group per una cifra che potrebbe arrivare fino a 2,1 miliardi di euro (2,47 miliardi di dollari).

L’accordo dovrebbe essere finalizzato entro il primo trimestre del prossimo anno e prevede una transazione in gran parte in contanti al momento della chiusura.

Il prezzo, scrive il Wall Street Journal, è significativamente più alto di quanto stimato da molti media e osservatori. Adidas aveva annunciato l’intenzione di vendere il marchio angloamericano, acquistato nel 2006 per circa 3,8 miliardi di dollari, all’inizio dell’anno. La vendita, ha comunicato Adidas, non ha un impatto sull’attuale guidance della società per l’intero anno 2021. A febbraio, la società tedesca aveva annunciato di voler vendere Reebok per concentrarsi sul rafforzamento del marchio Adidas.

«Reebok – commenta il Ceo di Adidas, Kasper Rorsted – è stata una parte preziosa di Adidas e siamo grati per i contributi che il marchio e il team dietro di esso hanno dato alla nostra azienda. Con questo cambio di proprietà, crediamo che il marchio Reebok sarà ben posizionato per avere successo nel lungo termine. Per quanto riguarda adidas, continueremo a concentrare i nostri sforzi sull’esecuzione della nostra strategia “Own the Game” che ci consentirà di crescere, di aumentare le nostre quote di mercato e creare valore per tutti i nostri stakeholder», aggiunge.

Per Jamie Salter, fondatore, presidente e Ceo di Abg, l’acquisizione di Reebok «è stato raggiunto un traguardo importante: ci impegniamo a preservare l’integrità, l’innovazione e i valori di Reebok. Non vediamo l’ora di lavorare a stretto contatto con il team Reebok per sfruttare il successo del marchio».

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Criptovalute, frodi a quota 1,2 miliardi. Gli hacker sulla finanza decentralizzata

A volte ritornano. Non è solo il titolo del noto libro di Steven King, bensì anche un modo per riassumere l’evolversi dell’attacco hacker subito da Poly Network. La piattaforma di finanza decentralizzata, dopo avere comunicato due giorni fa la perdita di oltre 600 milioni di dollari in cripto asset, aveva chiesto ai pirati informatici di restituire il maltolto. In un “cinguettio” su Twitter si era rivolta agli hacker sottolineando, tra le altre cose, che l’assalto aveva colpito «decine di migliaia…

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Abn Amro svetta ad Amsterdam, nel secondo trimestre tornano utile e cedola

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Abn Amro svetta alla Borsa di Amsterdam dopo avere annunciato conti trimestrali nuovamente in utile e la ripresa del pagamento del dividendo, con il ritorno all’abituale politica di pay-out. L’istituto ha segnato un utile netto di 393 milioni di euro nel secondo trimestre del 2021, dopo le perdite per 5 milioni nello stesso periodo dello scorso anno e per 54 milioni nel primo trimestre, grazie al rilascio di accantonamenti effettuati lo scorso anno a fronte della crisi del Covid-19. I primi sei mesi dell’anno si sono conclusi con un risultato positivo per 339 milioni contro un rosso di 400 milioni nella prima metà del 2020. Nel secondo trimestre sono stati rilasciati 79 milioni di accantonamenti per svalutazioni di riflesso al miglioramento del quadro macro-economico e mentre va avanti la liquidazione del portafoglio Cib non strategico, ha spiegato la banca. Nel primo trimestre sono stati rilasciati 77 milioni, mentre lo scorso anno erano stati accantonamenti 703 milioni e nell’insieme nei primi sei mesi sono stati rilasciati 156 milioni contro un onere di 1,8 miliardi nella prima metà del 2020. Il risultato operativo del trimestre è per altro diminuito del 36% su base annua a 504 milioni, a causa di una riduzione del 13% dei ricavi operativi a 1,7 miliardi e di un aumento del 2% delle spese operative a 1,2 miliardi, ma è migliore dei 4 milioni del primo trimestre. Nel semestre risulta però in netto calo a 508 milioni da 1,41 miliardi lo scorso anno.

Sottolineando la solidità patrimoniale che vede l’indice Cet 1 Basilea 3 al 18,3% e «a circa il 16%» su Basilea 4, Abn intende pagare in ottobre il dividendo finale del 2019 di 0,68 euro per azione e riprendere la sua politica di distribuzione del 50% dell’utile netto. Il gruppo – ha inoltre sottolineato il ceo Robert Swaak – continuerà a concentrarsi sulla riduzione dei costi per raggiungere 700 milioni di risparmi entro il 2024 e prevede che il costo del rischio nel 2021 sia «decisamente inferiore alla guidance nell’arco del ciclo di 25-30 punti base».

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Assalto hacker alla piattaforma Poly Network: rubati 600 milioni in cripto asset

Una somma importante: circa 612 milioni di dollari. È la cifra che sarebbe stata rubata sulla piattaforma di finanza decentralizzata Poly Network. Si tratta di gran lunga del più grande furto in questo settore. L’autore? Alcuni hacker. O meglio, visto che nella cultura cibernetica gli hacker non hanno intenti malevoli, alcuni “cracker”. La notizia l’ha data la stessa società via Twitter. E subito l’informazione, in un tam tam digitale, si è diffusa nella cripto sfera.

Cosa è Poly Network

A essere colpita, per l’appunto, è stata Poly Network. Si domanderà: ma in cosa consiste questa piattaforma? In generale, e senza entrare in dettagli tecnici, Poly Network è un protocollo di DeFi (Dencentralized Finance) che consente di scambiare i gettoni virtuali (token) attraverso differenti blockchain.

Caro hacker, contattaci…

Come indicato nel messaggio dello stesso Poly Network su Twitter, indirizzato al “caro Hacker”, l’attacco ha coinvolto “decine di migliaia” di membri della “crypto community” cui sono stati portati via le cryptocurrency. Per questo, in un approccio che solamente nel nuovo mondo degli asset digitali può concepirsi, la stessa piattaforma ha chiesto di essere contattata (dall’hacker) per risolvere il problema.

Caccia al ladro

Al di là del messaggio di Poly Network, la società attiva di cyber sicurezza SlowMist (sempre via Twitter) ha affermato che l’email del “pirata” informatico è stata trovata. «È probabile – è l’indicazione- che si tratti un assalto lungamente e ben preparato».

Troppi cripto asset lanciati da inesperti

«In generale – tiene a precisare al Sole 24 Ore Ferdinando Ametrano, fondatore di CheckSig -, al di là del caso in oggetto, simili situazioni si vengono a creare nelle situazioni, ormai troppe, in cui il codice dell’infrastruttura è scritto in maniera non efficiente».
Cioè? «Si tratta di software spesso formalmente non verificati che rischiano di lasciare delle brecce dove il malintenzionato di turno può infilarsi». Un contesto, peraltro, agevolato dall’eccessivo «numero di cripto asset che vengono lanciati sulle piattaforme. Un mondo del “miraggio della ricchezza facile” dove troppe sono le persone che si “inventano” esperti, con il rischio che accada quello che è successo oggi».
Al contrario un protocollo di struttura serio e verificato, «come quello del bitcoin – conclude Ametrano – dal 2008 a oggi mai è stato violato».

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Le compagnie aeree non riprendono quota: il semestre costa altri 7,8 miliardi

Non sarà l’estate della ripresa per il settore del trasporto aereo. L’inversione della curva è rimandata e i dati del comparto sono ancora lontani dai livelli pre-Covid. Pesano le restrizioni dei voli, l’aumento dei contagi per la variante Delta e i piani vaccinali in fase di completamento. Migliora la situazione all’interno dell’Unione Europea grazie all’introduzione dal primo luglio del green pass riconosciuto dai 27 paesi dell’Unione Europea per evitare la quarantena ai passeggeri che hanno terminato con le due dosi i piani vaccinali. Al contrario, pesa la chiusura degli Stati Uniti ai turisti europei: proprio gli States hanno modificato le restrizioni negli ultimi giorni, troppo tardi per avere un impatto positivo sulla stagione estiva. Per le legacy carriers le restrizioni sul long haul pesano come un macigno e con esse la limitata ripresa dei viaggi business.

Lieve miglioramento rispetto al tragico 2020

Le ricadute inevitabili si vedono sui bilanci delle compagnie europee che nei primi sei mesi hanno accusato perdite operative per 7,81 miliardi di euro contro 10,49 miliardi nei primi sei mesi del 2020. Certo, un miglioramento c’è stato, ma non quanto ci si poteva aspettare dopo l’anno tragico del 2020 certificato anche dalla Iata: secondo l’associazione internazionale delle compagnie aeree, lo scorso anno è stato il peggiore nella storia del trasporto aereo commerciale che data circa 100 anni. Vale la pena ricordare che al culmine della crisi nell’aprile 2020, il 66% del trasporto aereo commerciale mondiale è stato bloccato a causa della chiusura delle frontiere o dell’imposizione di rigorose quarantene.

Un milione di posti di lavoro sono scomparsi. E le perdite del settore per il 2020 sono state pari a 126 miliardi di dollari. Quest’anno la situazione è in miglioramento, ma i primi mesi dell’anno sono stati ancora difficili, prima dell’avvio dei piani vaccinali da parte dei paesi, senza dimenticare che lockdown e restrizioni hanno dominato il primo trimestre dell’anno in corso, mandando in fumo le vacanze pasquali.

Capacità di offerta ancora molto limitata

Mentre le legacy carriers – Lufthansa Air France-KLM, IAG (British Airways, Iberia, Air Lingus) – hanno annunciato l’avvio dei voli per gli Stati Uniti a partire da settembre, i loro risultati semestrali continuano ad essere in profondo rosso: per Lufthansa nonostante il miglioramento dei flussi di cassa tornati positivi per la prima volta dall’inizio della crisi, la sua capacità di offerta non andrà oltre il 40% rispetto ai livelli del 2019 pre-Covid in linea con IAG che si attesterà sul 45%; quella di Air France-KLM, invece, è stimata tra il 60% e il 70%, il dato più elevato tra le compagnie in Europa soprattutto per i voli interni e intra-europei.

La flessibilità premia le low cost

Diversa la prospettiva per le compagnie low cost che possono contare soltanto sui voli intra-europei e non sul lungo raggio, ma hanno una flessibilità che consente loro di aggiustare l’offerta velocemente rispetto ai cambiamenti repentini delle restrizioni ai voli decise dai governi. La competizione tra i vettori (Ryanair, easyJet e Wizz Air) si gioca sull’ultimo volo. Wizz Air ha dichiarato che per la stagione estiva è in grado di offrire una capacità pari al 90%, quindi vicino ai livelli pre-Covid; per il 2021 Ryanair ha annunciato 379 nuove rotte e 10 nuove basi in Europa. Trimestre difficile per easyJet con una capacità che non è andata oltre il 17% ma destinata a salire al 60% entro la fine dell’anno.

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Renault riprova con la Cina: al via una jv con la big Geely (Volvo)

Geely, primo costruttore automobilistico privato in Cina, azionista di Daimler con una quota del 9,7% e controllore di Volvo (ma soltanto fino al 2023, dopo il recente accordo con cui la casa di Göteborg si riapproprierà di impianti e reti di vendita, dopo oltre 12 anni dall’acquisizione) si allea con Renault attraverso una joint venture. O meglio, è Renault che si allea con Geely, perché in questo modo, attraverso le tecnologie, catene di fornitori e fabbriche di Geely potrà vendere auto ibride nel paese del Dragone (ma già si lavora a versioni completamente elettriche). I francesi si occuperanno di marketing e vendite. Il tutto è contenuto nell’accordo quadro siglato dalle due aziende e anticipato da Reuters. Questo a un anno di distanza dal taglio dei ponti con il precedente partner Dongfeng, una collaborazione che ha prodotto risultati deludenti. Altra data interessante: 28 anni fa era fallito il matrimonio tra Renault e Volvo, a tutt’oggi controllata di Geely (dal 2010).

La jv si concentrerà inizialmente su Cina e Corea del Sud, dove la casa della Losanga opera da un ventennio, ma probabilmente verrà ampliata per coprire i mercati asiatici in rapida crescita. Quello cinese è già il più grande del mondo con circa 25 milioni di veicoli venduti all’anno e la prospettiva di arrivare a 28-30 entro fine decennio.

La nuova jv dovrebbe seguire il modello di quella realizzata da Geely nel 2019 con Daimler, che prevede di produrre in Cina e vendere dal 2022 Smart elettriche basate sulla tecnologia Geely ma utilizzando la rete di vendita globale di Daimler. La jv Geely-Renault, tuttavia, sarebbe completamente separata da Geely-Daimler.

Per la casa cinese la nuova joint venture rafforza la strategia di utilizzare partnership con altre case automobilistiche per condividere tecnologie, catene di approvvigionamento e produzione, riducendo i costi di sviluppo di veicoli elettrici e altre tecnologie di mobilità futura. Per Renault, la partnership dovrà contribuire a ricostruire la sua presenza in Cina dopo una fase di scarso successo iniziata nel 2013 e chiusa l’anno scorso con Dongfeng.

Geely lo scorso gennaio aveva annunciato un’alleanza nell’elettrico con la Foxconn il più grande assemblatore mondiale di dispositivi elettronici. La casa guidata dal magnate Li Shufu ha anche una partnership con Baidu per lo sviluppo dell’auto a guida autonoma, un mega progetto da 7,7 miliardi di dollari.

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Axa corre dopo il semestre in ascesa e il rinnovo del mandato al ceo

(Il Sole 24 Ore Radiocor)Axa segna il maggior rialzo tra i titoli-guida della Borsa di Parigi, dove il CAC 40 è in buon rialzo. A fare da traino al titolo è l’annuncio dei conti semestrali in forte crescita e la decisione del cda di proporre il rinnovo del ceo Thomas Buberl alla guida del gruppo. Axa ha registrato nel primo semestre del 2021 un utile netto di 4 miliardi di euro, in crescita del 180% rispetto allo scorso anno e del 71% rispetto allo stesso periodo del 2019, prima della crisi del Covid-19. Il giro d’affari è aumentato del 3% a 53,9 miliardi e il risultato operativo è in crescita del 93% a 3,6 miliardi, beneficiando in particolare della performance di Axa XL. L’indice di Solvency 2 è migliorato di 12 punti rispetto alla fine del 2020, portandosi a 212%. Il risultato operativo si è avvantaggiato soprattutto della performance dell’assicurazione Danni (2,2 miliardi, +306%) e ha avuto il contributo anche del Vita, Risparmio, Previdenza (+6% a 1,24 miliardi) e dell’asset management (+31% 170 milioni), mentre il comparto Salute ha segnato una flessione del risultato operativo dell’1% a 386 milioni. Nel Danni il gruppo ha registrato una raccolta premi di 28,1 miliardi di euro (+4% a cambi costanti), con il Combined Ratio in miglioramento di 8,3 punti al 93,3%.

Il gruppo precisa che in base alle stime preliminari dei sinistri causati dalle inondazioni che hanno colpito la Germania, il Belgio e altri Paesi dell’Europa centrale e occidentale è stimato a 400 milioni. Il ramo Vita, Risparmio, Previdenza ha registrato una raccolta premi di 16,9 miliardi (+12% a cambi costanti), mentre il segmento Salute registra a cambi costanti un progresso della raccolta del 3% a 7,9 miliardi e il comparto di Asset Management registra ricavi per 704 milioni (+17%). Il cda di Axa ha deciso di proporre il rinnovo del mandato di Thomas Buberl quale membro del board e chief executive officer del gruppo. Il rinnovo, precisa una nota, sarà per 4 anni e sarà proposto all’assemblea annuale degli azionisti di Axa del 2022. «Axa ha realizzato una performance eccellente con una forte crescita dei ricavi e del risultato operativo. La nostra redditività è rimbalzata grazie soprattutto ad Axa XL, dopo un anno impattato dal Covid 19. Abbiamo proseguito le nostre azioni strategiche nel gruppo e siamo molto fiduciosi nell’attuazione del nostro piano Driving Progress 2022», ha commentato il ceo Buberl, nel corso di una conferenza telefonica con la stampa.

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Cnh industrial chiude il trimestre a +60% con utile netto a 699 milioni di dollari

Reduce dalla operazione da 2,1 miliardi per l’acquisizione dell’americana Raven Industries, Cnh Industrial chiude un secondo trimestre dell’anno con ricavi consolidati in crescita del 60% sul 2020, a quota 8,9 miliardi di dollari, utile netto a 699 milioni di dollari e un miliardo di dollari di free cash flow delle Attività Industriali. «Il nostro settore è chiaramente in una fase ciclica di ripresa e la robusta performance alla base dei nostri business e delle nostre attività ci consente di incamerare gran parte dei vantaggi», ha sottolineato il ceo Scott Wine, che ha evidenziato la crescita del portafoglio ordini di Agriculture, Construction e Commercial and Specialty Vehicles.

L’Ebit adjusted delle Attività Industriali è risultati pari a 699 milioni di dollari contro una perdita di 58 milioni nel secondo trimestre 2020, con tutti i segmenti in crescita anno su anno. Il margine Ebit adjusted di Agriculture è al 14,7%, nel comparto Commercial and Specialty Vehicles è risultato pari a 100 milioni di dollari, 74 milioni di dollari per Powertrain e 24 milioni di dollari per Construction.

Sarà pienamente operativa nel 2022 la newco guidata da Gerrit Marx che avrà il compito di concretizzare l’operazione di spin-off del business On-Highway del Gruppo. La strategia per valorizzare il business dei motori (Fpt) e dei commerciali (Iveco) del Gruppo era stata annunciata con il piano industriale di quasi due anni fa ha subito qualche rallentamento per colpa della pandemia da Covid-19. Poi, messa da parte l’ipotesi dell’acquisizione da parte dei cinesi di Faw, ora il dossier è pronto.

«Abbiamo avviato la prima fase di ridisegno della nostra organizzazione – ha spiegato Wine –, volta tanto all’eliminazione degli ostacoli burocratici alla centralità del cliente quanto al posizionamento di ogni business in preparazione alla separazione. Sia la società che nascerà dallo spin-off sia la società rimanente restano pienamente focalizzate sul sostenere i nostri clienti durante queste attività».

Il nuovo business On-Highway di Cnh includerà i brand Iveco –veicoli commerciali –, Iveco Astra e Bus, Heuliez Bus, Magirus (veicoli antincendio), Iveco Defence Vehicles e Ftp Industrial, la società che si occupa dello sviluppo delle motorizzazioni. La nomina del ceo a giugno scorso ha rappresentato un passaggio chiave, in parallelo con il lavoro su organizzazione e struttura.

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