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Borsa: vendite su titoli oil, rallentamento Cina pesa sul greggio

(Il Sole 24 Ore Radiocor) – La prospettiva di un calo della domanda globale di energia, provocata in primo luogo dal rallentamento dell’economia cinese, penalizza i corsi del greggio e di conseguenza l’andamento dei titoli energetici sui listini azionari europei.

A livello continentale il sottoindice Stoxx del comparto perde 1,4% circa, mentre a Piazza Affari le vendite colpiscono in primo luogo Eni, Saipem e Tenaris. Nel resto d’Europa, a Parigi scivolano TechnipFmc e Tota, a Londra perdono terreno Bp e Shell, mentre a Madrid Repsol è maglia nera del paniere principale con una flessione dell’1,7%%. Oltre ai dati su produzione industriale e vendite al dettaglio inferiori alla previsioni, dalla Cina è emerso anche che la lavorazione di petrolio è scesa al livello minimo dal maggio 2020. In base ai dati resi noti dall’ufficio nazionale di statistica, i volumi di lavorazione sono calati dello 0,9% a luglio rispetto allo stesso mese del 2020 a 13,9 milioni di barili al giorno. Si tratta del primo calo dalla primavera 2020. Da inizio anno la produzione cinese di greggio è comunque in aumento dell’8,9% grazie alla ripresa delle attività post pandemia. Segnali di un rallentamento della domanda da parte della Cina erano arrivati nei giorni scorsi anche dai dati sull’importazione di petrolio.

L’industria petrolifera, oltre che alla crescita cinese e alla domanda di Pechino, guarda anche alla possibilità che un gigante del settore minerario come Bhp Billiton decida di uscire dal settore petrolifero vendendo le sue attività a Wooside Petroleum anche se sono diverse le opzioni sul tavolo per il riassetto e ancora non è stato raggiunto un accordo. Per gli analisti gli asset di Bhp valgono 15 miliardi di dollari.

Intanto le quotazioni del petrolio scendono in misura significativa. Il Brent per consegna ottobre è scambiato a 69,5 dollari al barile, il Wti settembre è sopra i 67 dollari al barile. Da inizio anno il Brent ha guadagnato il 36% circa, il Wti il 40%.

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Rimbalzo del greggio, boom di utili per Saudi Aramco

Il gigante petrolifero Saudi Aramco ha annunciato che il suo utile netto nella prima metà di quest’anno è salito a 47,2 miliardi di dollari, un aumento del 103 per cento rispetto allo stesso periodo del 2020, quando il mondo ha inasprito i controlli contro la pandemia e i prezzi del petrolio sono scesi. L’azienda ha aggiunto in un rapporto sui suoi risultati finanziari che il suo profitto netto nel secondo trimestre di quest’anno è aumentato del 288%, raggiungendo 25,5 miliardi di dollari, contro 6,6 miliardi di dollari nel periodo corrispondente del 2020.

L’effetto del balzo del greggio

La società ha sottolineato che i risultati sono stati guidati principalmente dall’aumento dei prezzi del petrolio (qui le quotazioni del greggio) e da una ripresa della domanda mondiale, sostenuta dall’allentamento globale delle restrizioni Covid-19, dalle campagne di vaccinazione, dalle misure di stimolo e dall’accelerazione dell’attività nei mercati chiave.

Effetto vaccini

«I nostri risultati del secondo trimestre riflettono un forte rimbalzo della domanda mondiale di energia e ci stiamo dirigendo verso la seconda metà del 2021 più resiliente e più flessibile, mentre la ripresa globale guadagna slancio», ha sottolineato il presidente e amministratore delegato di Aramco, Amin Nasser. «Mentre c’è ancora qualche incertezza intorno alle sfide poste dalle varianti di Covid-19, abbiamo dimostrato che possiamo adattarci rapidamente ed efficacemente alle mutevoli condizioni del mercato» ha concluso il manager. Nel 2020, Aramco ha registrato un calo dell’utile netto di quasi la metà, rispetto al 2019.

I numeri del colosso petrolifero

Saudi Aramco, controllata dalla monarchia saudita, è la più grosso produttore di petrolio al mondo e una delle società a maggior capitalizzazione al mondo: oltre 1800 miliardi di dollari il valore di mercato.

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